Pochi giorni fa ho visto il trailer dell'E3 2015 di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain. Tra poco uscirà, e la mia pazienza nell'aspettarlo è sempre meno.
Ho iniziato a giocare a questa meravigliosa saga, forse la più bella di tutto il mondo dei videogiochi (almeno per me) con "Metal Gear Solid 3". Dev'essere stato circa il 2007, e all'epoca ancora consideravo MGS la classica serie di guerra banale e insulsa, dove bisogna ammazzare la gente e sparare. Ovviamente non potevo pensare nulla di più sbagliato, ignorante e superficiale riguardo a questo capolavoro.
Quando chiedo a me stessa di schiarirmi le idee per provare a parlarne faccio un buco nell'acqua, perchè non saprei precisamente da dove iniziare per dire cosa provo nei confronti della sua storia, di cosa vuole dimostrare, o forse semplicemente di quali emozioni e dolori voglia trasmettere.
Metal Gear Solid mostra fondamentalmente la guerra in una chiave completamente diversa, forse più psicologica, forse più fragile e umana. Cosa provoca una guerra, cosa ti lascia dentro, cosa si porta via, gli altri, e te stesso. Vediamo personaggi massacrati dalla guerra, e non solo nel corpo, ma soprattutto nell'animo. Li vediamo passare, come se alla fin fine tutti quelli che noi crediamo personaggi fondamentali, in realtà siano solo formiche manovrate e divorate dai giochi di potere.
Il personaggio che amo di più è Big Boss che, a mio avviso, non ha nulla a che spartire con Solid, un tipo psicologico completamente diverso, nonostante sia il più famoso della serie.
Big Boss è la metafora vivente della metamorfosi di una persona, dell'evoluzione del dolore, della disperazione, dell'odio.
Rigiocando al 3 sorrido nel vedere il giovane Snake Eater, ingenuo ed entusiasta, così puro nell'animo e così ligio alla missione affidatogli dai superiori.
Nel 3 assistiamo alla sua lotta interiore, al dover scegliere di uccidere la persona più importante della sua vita per seguire la sua missione, al suo seguente impazzire di dolore nel sapere che The Boss è morta per salvare lui e tutti gli altri per colpa di giochi politici.
Fondamentale è il rapporto simbiotico con The Boss, che lui definirà come la sua mentore e una madre, come la persona con cui è morto e vissuto per dieci lunghi anni. Un rapporto così profondo, radicato e tormentato, così importante, che lui stesso dirà che "va al di là del concetto del semplice amore".
Dalla morte della persona che più lui amava per sua stessa mano si assiste gradualmente al suo degrado interiore, la sua sfiducia negli altri e il suo tormento per ciò che ha fatto si fanno sempre più grandi, sempre più pesanti sulle sue spalle.
Credo che in Phantom Pain assisteremo alla fase finale del suo inesorabile declino verso il baratro più nero di odio e disperazione. Il Big Boss che si può vedere nei trailer di Phantom Pain è un uomo completamente disintegrato dagli altri e distrutto, che ha visto solo sangue e morte di persone innocenti, e che non ne può più, che vuole solo vendetta per tutto il male che è stato fatto, non solo agli altri ma a lui stesso, per il male che è stato fatto a The Boss. Occhio per occhio, dolore per dolore.
Al di là della simbolica figura di Big Boss come uomo disintegrato nella sua umanità dall'umanità stessa, è bellissima la metafora della sindrome dell'arto fantasma che viene utilizzata nei trailer.
"Why are we still here? Just to suffer? Every night, I can feel my leg... and my arm... even my fingers. The body I've lost... the comrades I've lost... won't stop hurting... It's like they're all still there. You feel it, too, don't you? I'm gonna make them give back our past."
— Kazuhira Miller
Ho iniziato a giocare a questa meravigliosa saga, forse la più bella di tutto il mondo dei videogiochi (almeno per me) con "Metal Gear Solid 3". Dev'essere stato circa il 2007, e all'epoca ancora consideravo MGS la classica serie di guerra banale e insulsa, dove bisogna ammazzare la gente e sparare. Ovviamente non potevo pensare nulla di più sbagliato, ignorante e superficiale riguardo a questo capolavoro.
Quando chiedo a me stessa di schiarirmi le idee per provare a parlarne faccio un buco nell'acqua, perchè non saprei precisamente da dove iniziare per dire cosa provo nei confronti della sua storia, di cosa vuole dimostrare, o forse semplicemente di quali emozioni e dolori voglia trasmettere.
Metal Gear Solid mostra fondamentalmente la guerra in una chiave completamente diversa, forse più psicologica, forse più fragile e umana. Cosa provoca una guerra, cosa ti lascia dentro, cosa si porta via, gli altri, e te stesso. Vediamo personaggi massacrati dalla guerra, e non solo nel corpo, ma soprattutto nell'animo. Li vediamo passare, come se alla fin fine tutti quelli che noi crediamo personaggi fondamentali, in realtà siano solo formiche manovrate e divorate dai giochi di potere.
Il personaggio che amo di più è Big Boss che, a mio avviso, non ha nulla a che spartire con Solid, un tipo psicologico completamente diverso, nonostante sia il più famoso della serie.
Big Boss è la metafora vivente della metamorfosi di una persona, dell'evoluzione del dolore, della disperazione, dell'odio.
Rigiocando al 3 sorrido nel vedere il giovane Snake Eater, ingenuo ed entusiasta, così puro nell'animo e così ligio alla missione affidatogli dai superiori.
Nel 3 assistiamo alla sua lotta interiore, al dover scegliere di uccidere la persona più importante della sua vita per seguire la sua missione, al suo seguente impazzire di dolore nel sapere che The Boss è morta per salvare lui e tutti gli altri per colpa di giochi politici.
Fondamentale è il rapporto simbiotico con The Boss, che lui definirà come la sua mentore e una madre, come la persona con cui è morto e vissuto per dieci lunghi anni. Un rapporto così profondo, radicato e tormentato, così importante, che lui stesso dirà che "va al di là del concetto del semplice amore". Dalla morte della persona che più lui amava per sua stessa mano si assiste gradualmente al suo degrado interiore, la sua sfiducia negli altri e il suo tormento per ciò che ha fatto si fanno sempre più grandi, sempre più pesanti sulle sue spalle.
Credo che in Phantom Pain assisteremo alla fase finale del suo inesorabile declino verso il baratro più nero di odio e disperazione. Il Big Boss che si può vedere nei trailer di Phantom Pain è un uomo completamente disintegrato dagli altri e distrutto, che ha visto solo sangue e morte di persone innocenti, e che non ne può più, che vuole solo vendetta per tutto il male che è stato fatto, non solo agli altri ma a lui stesso, per il male che è stato fatto a The Boss. Occhio per occhio, dolore per dolore.
Al di là della simbolica figura di Big Boss come uomo disintegrato nella sua umanità dall'umanità stessa, è bellissima la metafora della sindrome dell'arto fantasma che viene utilizzata nei trailer.
"Why are we still here? Just to suffer? Every night, I can feel my leg... and my arm... even my fingers. The body I've lost... the comrades I've lost... won't stop hurting... It's like they're all still there. You feel it, too, don't you? I'm gonna make them give back our past."
— Kazuhira Miller
Kazuhira ovviamente sta parlando del dolore dell'arto fantasma in chiave metaforica, parlando di un dolore tremendo che gli fa percepire determinate persone e situazioni anche se esse non ci sono più, così terribile e intenso che lo divora giorno per giorno. È il vuoto incolmabile lasciato dalla morte di persone che si amano, per cui si ha lottato con tutte le forze, ma per cui è stato tutto inutile. È lo stesso dolore che probabilmente rappresenta l'inevitabile e perpetuo tormento di Big Boss nel rivedere ogni giorno la morte del suo mentore e a non poter fare nulla per cambiare le cose, a non riuscire neanche a commemorarla degnamente portando a termine il di lei piano, nemmeno rischiando tutti i giorni la propria vita.
Phantom Pain sarà dolore puro, dolore che cancella tutto, corpo e mente, che da la follia.
Phantom Pain sarà dolore puro, dolore che cancella tutto, corpo e mente, che da la follia.






















